Essere o Avere? Libere riflessioni sui consumi, la crisi econimica, la pace, le catastrofi, il nucleare, i 150 anni dell’Italia, le marche e la loro comunicazione.

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Sono chiari i messaggi che la natura e il nostro pianeta, la nostra “casa” ci ha mandato e ci manda da circa quindici anni: catastrofi, terremoti in tutto il mondo e negli oceani, quattro o cinque tornadi l’anno, progressiva e incipiente desertificazione, scioglimento delle calotte polari. Le cause le conosciamo tutti molto bene, nonostante la controinformazione e spesso il minimizzare da parte delle istituzioni e dei governi mondiali: effetto serra, surriscaldamento globale, buco dell’ozono (a proposito si è richiuso visto che nn se ne parla da parecchio tempo?!! ndr.), inquinamento dell’atmosfera, dell’aria, del mare, dei terreni, emissioni di co2, miope politica di gestione e consumo delle risorse energetiche del pianeta. Tutto ciò sta seriamente compromettendo l’ecosistema e l’equilibrio naturale del pianeta. A fronte di cosa, quale è la controparte di questo altissimo prezzo che tutti stiamo pagando? Ci dicono progresso, benessere, evoluzione, una vita migliore e più facile, più lunga, una vita in pace e di pace, in armonia tra noi, tra popoli; una vita fatta di soddisfazione e di consumi, di cose da possedere. E’ si, mi trovo nuovamente a citare il caro vecchio Fromm: essere o avere? Questa società, almeno la nostra, quella occidentale, che si è arrogata di essere l’avanguardia dell’evoluzione dell’uomo e la culla della migliore qualità della vita, sembra aver risposto senza ombra di dubbio al quesito: si è in relazione a cosa si ha e a quanto si ha.

E’ grazie a questo paradigma indotto da anni di comunicazione e di modelli più o meno imposti che si è giustificato tutto, in modo funzionale all’unico sistema ciclico di alimentazione della nostra economia: il consumo.

Ora se mi soffermo a guardare bene l’attuale situazione c’è qualcosa che davvero non riesco a capire: il prezzo che paghiamo è chiaro, ma dove è la controparte? Evoluzione? Pace? Benessere? Progresso? Serenità? Consumi? Niente di tutto questo: il progresso si è decisamente arrestato, oppure va avanti non in forma progressiva, bensì regressiva, i rapporti interpersonali sono deteriorati, gli equilibri mondiali tra i popoli sono saltati con pericolose conseguenze per la pace, il costo della vita è decisamente sperequato rispetto alla capacità di guadagno di ciascuno di noi, insomma ce lo possiamo dire senza grandi remore: non stiamo bene, per niente.

Il corto circuito diventa poi palese se pensiamo che la soluzione a questa gravità è la ripresa economica, trainata dalla ripresa al consumo, così come è sempre stato in passato. E qui ricominciamo di nuovo… Ma stavolta siamo davvero nel paradosso inestricabile dell’uovo o la gallina: se non riparte l’economia non ripartono i consumi, se non ripartono i consumi non riparte l’economia. Intanto che capiamo come risolvere il dilemma continuiamo pure a distruggere il nostro pianeta, ad esasperare i nostri rapporti, e svilire i nostri valori, a far passare il tempo e gli anni in attesa di un non so quale svolta miracolosa.

La domanda a cui sto cercando di rispondere ogni giorno di lavoro da due anni a questa parte è la seguente: come fare bene oggi comunicazione a servizio di una marca al fine di supportarla nel suo posizionamento nel mercato e nel raggiungimento dei suoi obiettivi commerciali? La risposta non ce l’ho purtroppo, oppure ce l’avrei ma non mi piace molto: posso farvi arrivare nella testa e nel cuore di tutti, e sulla loro bocca, posso sugellare in modo nuovo e diverso la promessa, e far in modo che sia interattiva, bilaterale e  plurilaterale, ma nessuno, nè la marca nè l’agenzia, può far spendere al consumatore ciò che non ha.

Per un’analisi più vicina al nostro giovane paese, l’Italia, che domani compirà i suoi primi 150 anni, ciò che continua a stupirmi sono le decisioni che si vogliono portare a termine. Prima torno un secondo in Asia, se a Fukushima non ci fosse stata la centrale nucleare, oggi il Giappone starebbe piangendo le vittime del cataclisma del terribile terremoto e dello tsunami, ma starebbe già facendo partire la ricostruzione; invece si trova a dover fronteggiare un pericolo grave quanto ciò che suo malgrado ha già dovuto sopportare: un imminente disastro nucleare, che può coinvolgere tutti. E ora un salto in Europa: trainata dalla Germania e dalla Francia la politica energetica europea sta ripensando alla scelta fatta, e la Germania stessa ha dichiarato non solo a parole ma con i fatti la propria strategia: abbandonare il nucleare, dichiarandola tecnologia di passaggio, a fronte della sostituzione con impianti di produzione di energia sostenibile: eolico, fotovoltaico, biomasse. E ora torno da noi…

L’italia che fa? Con un decreto (!!!) si decide di tagliare i fondi e gli stanziamenti allo sviluppo delle energie sostenibili, di fatto fermando uno dei pochi settori in forte via di sviluppo, mettendo in ginocchio molte aziende più o meno giovani operanti nel settore e punta la propria politica energetica su una fonte di produzione vecchia, costosa, pericolosa, instabile, sulla quale i suoi cittadini si erano già espressi in modo negativo: proprio il nucleare. Si comunica una impellente necessità da parte del Paese, con informazioni pilotate, interventi e talk-show in ogni network e giornale, minimizzando il disastro in Giappone, non considerando la linea europea, e con una campagna che superficialmente pone una domanda ai cittadini ed è volta ad una loro riflessione, ma in verità non vuole neanche instillare il dubbio perchè in modo subliminale al suo interno già lo scioglie: il favore della scelta ovviamente è sul nucleare.

Beh, per un comunicatore rimanere senza parole è davvero dura.

Giuliano Palombo

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