In politica vince la rete: la nuova comunicazione. by Giuliano Palombo.

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La rete vince su tutti gli altri media. Vincono i ragazzi, i giovani, e tutti coloro che sono giovani dentro. La rete intesa come web, internet, come media, come social network, come libertà espressiva, come strumento di aggregazione interattivo, come strumento di comunicazione plurilaterale, e soprattutto come rete fatta di idee e costituita da persone. La spontaneità, la creatività, la facoltà di ragionare ed elaborare e la viralità vincono sui contenuti preconcetti e indotti, tipici dei media “tradizionali”, per loro morfologia unilaterali. Questa la riflessione principale a seguito dei risultati elettorali, in particolare del successo dei referendum alla luce dell’obiettivo del raggiungimento del quorum. Significative anche le percentuali dei Si, che superano con abbondanza il novanta percento su tutti e quattro i quesiti. Questa riflessione arriva volutamente dopo un periodo di tempo dai risultati stessi al fine di essere completamente svuotata da qualsiasi contenuto politico, qui si vuole parlare solo di comunicazione. Anche se, a onor del vero, un significato politico di non poco conto gli italiani lo hanno dato eccome, un chiaro dissenzo in merito alle politiche e alle scelte messe in atto dal Govenro, andando uniti e in massa a votare per l’abrogazione dei provvedimenti legislativi varati, anche se poi corretti dalla cassazione e dalla corte costituzionale. L’operazione “andate al mare” questa volta non è andata in porto, i temi erano troppo importanti e troppo sentiti, gli italiani si sono espressi in modo inequivocabile: il nucleare non è una soluzione ben accetta per la politica energetica, davanti la legge siamo tutti uguali e non esistono legittimi impedimenti, l’acqua, e tutti i servizi di primaria necessità, sono e devono rimanere pubblici, e non è possibile speculare sull’erogazione di tali servizi.

Ma il dato fortemente rilevante per noi comunicatori è stata la grandissima partecipazione di tutti a partire dal basso e in modo spontaneo, sui principi e sulle motivazioni fondanti della scelta di andare a votare contro le scelte governative, a favore invece di una politica sentita come più prossima, partecipata, consapevole e quindi più giusta. La rete è stata decisamente il veicolo principale con il quale si sono trasmesse le idee, la loro principale forma di contagio, si è discusso, si è parlato, si è ironizzato, si è giocato, ma soprattutto ha rappresentato lo strumento con il quale si sono mosse le coscienze, e smosse quelle di coloro che fino a poco tempo fa non si sarebbero neanche interessati.

Grazie alla democrazia e alla morfologia stessa di questo media diventa molto più difficile un controllo nel merito sui contenuti, e poco ha importato se i principali canali televisivi italiani, compresi quelli deputati al servizio pubblico, la rai, abbiano parlato poco o niente dei quesiti referendari. I giornali si sono divisi esattamente a metà: informazione per spronare al voto, e controinformazione o disinformazione per non far andare a votare. Anche qui, a parte alcuni rari casi di cross-media, lo hanno fatto in modo unilaterale, con contenuti scarni e precotti, in particolare nella seconda casistica. Le persone hanno fatto il resto grazie proprio alla rete, creando la “rete” stessa, on-line e off-line, grazie al web, ai vari blog, ai social network, a youtube, agli appuntamenti in piazza, alle azioni di informazione e coinvolgimento. E questa volta il case history è tutto italiano, ovvero, ci sono già stati casi simili nel mondo, ma non a questo livello: la campagna referendaria è stata la giusta sintesi di un perfetto media mix di strumenti new-media. A partire dalle azioni dei comitati propositori dei referendum, fino alle volontarie iniziative degli esercenti dei principali centri balneari che quella domenica regalavano ombrellone e lettino a chi mostrava la tessera elettorale timbrata. E’ si, questa volta hanno partecipato proprio tutti, tutti hanno contribuito, anche coloro che hanno detto no, o che hanno preferito andare al mare, e tutti coloro che non ne hanno voluto parlare rifiutando un giusto e necessario contraddittorio vista l’importanza dei temi. Unconventional, street, ad esempio con l’impacchettamento di tutte le fontanelle di Roma e i cartelli fuori servizio, stickering, viral, social, buzz, tutti i blogger, tutti i numerosissimi siti di informazione, tutti i movers scesi in campo, gli artisti, i concerti organizzati spontaneamente, e soprattutto tutti coloro che in un modo o nell’atro grazie a questi strumenti hanno partecipato, ragionato, pensato e “comunicato” la loro idea.

La politica riparte da qui, e da qui l’attestazione delle nuove forme di comunicazione: dalla presa di coscienza che le persone possono e vogliono fare, vogliono sapere, decidere quali contenuti leggere e condividere, avere la possibilità di esprimere liberamente la propria opinione e di scegliere il mezzo a loro più congeniale per poterla dire, di coinvolgere, di dire si o no, di divertirsi, di indignarsi, di fare satira, di porre domande, di dare e attendere risposte; infine di pensare e comunicare.

Ora la domanda che mi pongo è la seguente: quanto tempo ci metterà l’economia e quindi le aziende, la pubblica amministrazione e più in generale il mercato a credere nei nuovi media, ad imparare ad utilizzarli in quanto efficacissimi, come vero e proprio strumento di comunicazione? Noi siamo pronti, già da quattro o cinque anni.

Giuliano Palombo